lunedì 14 aprile 2014

Verso l'orizzonte dell'accoglienza e della speranza (di Anthea Verzuto)




A Lampedusa, giorno 5 aprile 2014, si è tenuto il Convegno “Lampedusa città dell’Europa” organizzato dall’Associazione Emmaus, un movimento nato nel novembre del 1949 dall’incontro di uomini che hanno deciso di unire le loro forze per aiutare coloro che soffrono, convinti che, salvando gli altri. si diventa davvero i salvatori di se stessi.
Tra gli ospiti del Convegno c’era un ragazzo di nome Mohammed Salehdata, di 22 anni, di origine ciadiana, vissuto in Libia fino a qualche anno fa. Mohammed ci ha raccontato della vita nel suo Paese, di quando, molto piccolo, perse i genitori e andò a vivere con lo zio. Quando lo zio si trasferì a Tripoli, lui decise di non seguirlo e volle continuare gli studi. Iniziata la rivoluzione in Libia, nel 2011, anziché restare e prendere le armi in mano, intraprese un viaggio che lo avrebbe condotto, se tutto fosse andato bene, sulle coste italiane.
Nonostante le difficoltà del viaggio, è riuscito a farcela, insieme ad un suo amico e ad altra gente che era nella sua stessa situazione,  ha ottenuto il permesso di soggiorno, nonostante i lunghi tempi burocratici, ed è andato nel centro di accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo di Pisa.
Dopo due anni di gestione da parte della Croce Rossa, il governo ha ritenuto conclusa la cosiddetta “Emergenza Nord-Africa”, il programma per l’accoglienza dei profughi fuggiti dalla guerra in Libia. Il 28 febbraio 2014, gli operatori della Croce Rossa hanno svuotato i prefabbricati in cui vivevano i migranti. Il centro chiudeva e i ragazzi non avevano più un posto sicuro in cui stare, ma gli studenti di Scienze per la pace non si arrendevano e, dopo tante difficoltà , oggi il centro richiedenti asilo e rifugiati di Pisa è in Italia il primo centro autogestito.
I ragazzi per il loro sostentamento vi svolgono dei lavori agricoli e manuali e sono felici di imparare la lingua italiana , di preparare i piatti tipici della cucina del loro Paese d’origine, di avere un luogo che finalmente possono chiamare “casa”, in quanto abitata da “una grande famiglia”.
Questi ragazzi, come ci ha raccontato Mohammed, finalmente si sentono al sicuro, possono fare dei progetti, hanno dei sogni che vogliono realizzare. Mohammed ama la musica rap, ascolta Tupac e altri cantanti che hanno fatto la storia del rap, sa che cosa sono le vere difficoltà, cosa si prova quando tutto sembra essere perduto e nonostante ciò ha avuto la grande forza di prendere in mano le redini della sua vita e  dire “non finisce finché sono ancora vivo”.
Quando lo abbiamo incontrato, abbiamo visto nei suoi occhi una luce, la luce di una persona che finalmente pensa di essere nel posto giusto al momento giusto. Finalmente la sua vita e la vita di altri ragazzi ospiti di questo centro autogestito sembra essere uscita dal tunnel oscuro in cui era entrata. Adesso possono vedere una luce nuova, quella dell’amore, della gioia, della solidarietà; adesso possono dire di essere trattati come persone.
E’ vero, bisogna ascoltare le storie di vita della gente, bisogna avere curiosità e attenzione verso chi ha avuto percorsi diversi da quelli nostri, solo così comprenderemo cosa sia il dolore, la speranza, il diritto legittimo di una vita migliore, solo così avremo la possibilità di incontrare un mondo per noi sconosciuto, ma ricco di cose da imparare… Solo così potremo realmente imparare a vivere.

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