I nostri approfondimenti

FRONTEX
di Anna Letizia Leggio 



FRONTEX (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea) è un 'istituzione dell'Unione europea il cui centro direzionale è a Varsavia, in Polonia. Il suo scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l'implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l'Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
I compiti riguardano le frontiere esterne degli stati dell'Unione europea e in particolare degli stati che hanno aderito agli Accordi di Schengen:
  • Coordinare la cooperazione attiva fra gli stati membri in materia di gestione e controllo delle frontiere esterne.
  • Definire un modello di valutazione comune e integrato dei rischi.
  • Assistere gli stati membri nella formazione professionale delle guardie in servizio presso le frontiere esterne.
  • Assistere i controlli, i pattugliamenti e la vigilanza delle frontiere esterne.
  • Appoggiare gli stati membri in operazioni comuni di rimpatrio dei clandestini.
  • Aiutare gli stati membri che si trovino in situazioni che necessitano un'assistenza, operativa o tecnica, di rinforzo nel controllo delle frontiere esterne.
  • Mettere a disposizione gruppi di intervento rapido negli stati membri. (Compito assegnato a seguito di una modifica del trattato iniziale, grazie al Regolamento (CE) nº 863/2007 del Parlamento Europeo e del Consiglio). Tuttavia, quest'ultimo compito, da attuarsi su precisa richiesta di uno o più stati membri, può essere messo in atto per un periodo limitato e in situazioni eccezionali e urgenti, ad esempio in caso di afflusso in misura massiccia di migranti da stati extracomunitari.
Sono due le operazioni coordinate in Italia da Frontex. La più consistente, denominata 'Hermes', copre proprio l'area del Canale di Sicilia con le isole pelagiche. 'Hermes' - che ha lo scopo di contrastare i flussi di immigrazione illegale da Tunisia, Libia ed Algeria verso Lampedusa, Sicilia e Sardegna - ha un budget per il 2013 di 4 milioni e 50 mila euro. Il dispiegamento dei mezzi varia da mese a mese. In media, ogni mese, l'operazione coordina e cofinanzia l'impiego di due motovedette, un elicottero ed un aereo. Frontex fornisce anche esperti che assistono le autorità italiane nella conduzione di colloqui con i migranti. L'altra operazione targata Frontex nelle acque italiane è 'Aeneas' che per il 2013 ha un budget di 2,5 milioni di euro. Ogni mese impiega in media due motovedette, un elicottero ed un aereo. L'area di intervento è il mar Jonio davanti alle coste di Calabria e Puglia. Ad entrambe le operazioni collaborano altri Paesi tra cui Austria, Francia, Germania, Grecia, Malta, Norvegia, Romania, Spagna, Regno Unito. Sul suo operato e in particolare sul problema dei respingimenti in mare di potenziali rifugiati politici in Paesi terzi non sicuri, hanno espresso critiche Amnesty International e l'European Council for Refugees and Exiled (Ecre). Sulle rotte dell'immigrazione clandestina infatti, viaggiano sia migranti economici che richiedenti asilo.



MARE NOSTRUM

di Costantino Arianna



L'operazione militare e umanitaria "Mare Nostrum" ha il compito di rafforzare il controllo in mare e migliorare le capacità di soccorso dei migranti in difficoltà; l'attività ha avuto inizio lo scorso 18 ottobre, dopo la tragedia della morte degli oltre 300 profughi annegati vicino a Lampedusa.
Poliziotti degli uffici immigrazione di alcune questure, insieme agli uomini del Servizio di polizia scientifica e ad altri già appartenenti ad una squadra speciale "anti-immigrazione" operativa in Sicilia, si alternano ogni 15 giorni sulle navi della Marina militare. Due mediatori culturali completano il nucleo messo a disposizione dal Dipartimento della pubblica sicurezza.
I compiti affidati agli uomini della polizia scientifica a bordo delle navi sono fondamentalmente due: un gruppo si occupa di velocizzare l'identificazione di ciascun straniero che sale a bordo, curandone il foto-segnalamento, ad esclusione dei minori di 14 anni; un altro team, con l'aiuto dei mediatori, raccoglie gli elementi forniti dagli immigrati per l'avvio delle indagini sull'individuazione di organizzazioni criminali specializzate nel traffico di esseri umani.
I risultati ottenuti sono rilevanti: dal 18 ottobre al 23 dicembre sono stati assistiti 2.330 migranti, di cui 1.246 fotosegnalati e poi portati nei centri di accoglienza di Pozzallo (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento), Augusta (Siracusa) e Catania. Nel periodo di osservazione, inoltre, sono stati soccorsi 57 natanti. Durante le operazioni di recupero sono state identificate ed arrestate 19 persone. Due poliziotti hanno anche redatto dei "diari di bordo", dove hanno raccontato la loro esperienza professionale; i "diari" verranno pubblicati in versione integrale sul numero di gennaio della rivista Polizia moderna, il periodico ufficiale della Polizia di Stato.
Odette Catterinich, la portavoce del gruppo e promotrice della missiva inviata al comandante della Nave San Marco, ha raccontato in una intervista la vita a bordo delle navi, dove la determinazione e l'impegno degli equipaggi si mescolano al coraggio dei profughi, che affrontano il rischio della morte con la speranza di una vita migliore.



LA CARTA DI LAMPEDUSA
di Melania Coniglio



A cavallo tra gennaio e febbraio 2014, movimenti, associazioni, organizzazioni italiane, europee, mediorientali e nordafricane si sono incontrate sull’isola per scrivere la Carta di Lampedusa. Non una nuova organizzazione, ma un patto, un manifesto, una dichiarazione, una convergenza di intenti: una fonte di diritto dal basso, non dato, ma legato all’immediata necessità di difenderlo e conquistarlo.
Poi, attraverso un wikiblog, è iniziato un percorso di scrittura collettiva della proposta da discutere sull’isola: una dichiarazione di ampio respiro che guarda oltre le questioni specifiche, perché è impossibile segmentare le diverse dimensioni che hanno a che vedere con l’Europa e le sue frontiere, ma capace di perseguire immediatamente anche l’obiettivo.
L’istituto del confine, il diritto d’asilo e le possibilità di circolare liberamente dentro e fuori l’Europa sono indissolubilmente legati ai diritti di cittadinanza, allo sfruttamento, alle discriminazioni che, proprio all’interno dell’Europa, si ripresentano come confini imposti nuovamente a chi li ha attraversati, producendo una cittadinanza gerarchizzata e impoverita.
Per questo, a gennaio, si è discusso di frontiere e della loro militarizzazione, di cooperazione ed accordi con gli “Stati Terzi”, di diritto d’asilo e di accoglienza, di circolazione europea (Shengen – Dublino – Direttiva /38) e detenzione dei migranti, di sfruttamento e discriminazioni, di Bossi-Fini e di burocrazia del disprezzo, di diritti di cittadinanza e del loro allargamento, partendo da tanti no che, senza ambiguità, è venuto il tempo di dire, quasi come rappresentassero l’immediata applicazione della carta di Lampedusa, i primi obiettivi su cui lavorare affinché questa fonte di diritto costruita dal basso possa affermarsi.



CIE - CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE
di Martina Piraino



I Centri di identificazione ed espulsione (CIE), strutture previste dalla legge italiana, sono stati istituiti per trattenere gli stranieri" sottoposti a provvedimenti di espulsione o di respingimento, con accompagnamento coattivo alla frontiera", nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Essi sono stati istituiti in ottemperanza a quanto disposto all'articolo 12 della legge Turco-Napolitano e hanno la funzione di trattenere  persone in attesa di un’espulsione certa. Costituiscono una grande novità poiché prima non era mai stata prevista la detenzione di individui se non a seguito della violazione di norme penali. Oggi i soggetti prigionieri nei CIE non sono considerati detenuti ma vengono definiti ospiti della struttura. Questa anomalia ha provocato aspre critiche nei confronti dei centri.
I CIE sono strumenti diffusi in tutta l’ Europa, in seguito all’adozione nel 1995 di una politica migratoria sancita dagli accordi di Schengen. Precedentemente erano denominati CPT (centri di permanenza temporanea)  ma, nel 2008 con la legge Turco-Napolitano, assumono il nome di "Centri di identificazione ed espulsione".
I vari centri sono differenti l’uno dall’altro, per gestione e struttura, poiché sono nati secondo una logica emergenziale. Essi si trovano in edifici che precedentemente erano caserme, fabbriche dismesse, centri di accoglienza e ospizi. La maggior parte dei centri sono gestiti dalla Croce Rossa Italiana, il resto viene gestito dalla Confraternita delle Misericordie d'Italia o da cooperative e associazioni appositamente fondate.
I CIE sono stati colpiti da numerose critiche, soprattutto riguardanti le condizioni umanitarie. Il primo documento ufficiale a denunciare le condizioni all'interno dei centri è la relazione 2003 della Corte dei Conti; in essa si parla di «programmazione generica e velleitaria», «strutture fatiscenti», «scarsa attenzione ai livelli di sicurezza», «mancata individuazione di livelli minimi delle prestazioni da erogare».



Nel 2004, "Medici Senza Frontiere" denuncia le strutture inadeguate a svolgere il loro compito e l'alto tasso di autolesionismo fra i trattenuti nei centri. Anche Amnesty International, nel suo rapporto sui centri, afferma che molte volte i detenuti sono sistemati in container e in altri tipi di alloggi inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme, in condizioni di sovraffollamento. Vi sono anche notizie di condizioni igieniche carenti, di cibo scadente, e soprattutto di mancate forniture di vestiti puliti, biancheria, lenzuola. L'assistenza medica è del tutto inadeguata. In particolare, molto frequente è l'eccessiva prescrizione di sedativi e tranquillanti. Sono frequentissimi, tra i detenuti, i casi di autolesionismo ma, nonostante la deprivazione psicologica,  non è fornito alcun tipo di assistenza.
È stato verificato come siano ben pochi i centri ad aver steso un regolamento interno, come richiesto dal Ministero, e come la "Carta dei diritti e dei doveri", consegnata ai detenuti all'ingresso nei centri, non essendo spesso tradotta nelle lingue dei detenuti, sia insufficiente allo scopo previsto. Così, come emerge da tantissime testimonianze, il migrante si trova chiuso in una prigione senza sapere nulla né del perché si trova lì dentro, né di cosa gli accadrà in seguito e spesso, come si è detto, non ha alcuna informazione sulle sue possibilità di presentare richiesta d'asilo. Inoltre gli enti gestori, talvolta, sono accusati di dissuadere i detenuti dal nominare certi avvocati molto attivi nel sostenere i diritti dei migranti, in favore di altri "avvocati fidati" i quali poi non mostrano alcun impegno. La stessa Croce Rossa Italiana è duramente contestata per la collaborazione nella gestione dei CIE.
L'analisi di molti gruppi marxisti e liberali identifica i CIE come strumento necessario al capitale per regolare la quantità di "forza lavoro eccedente", cioè disoccupati e lavoratori saltuari. Osservando come la manovalanza europea sia costituita in gran parte da immigrati, essi deducono che il sistema capitalistico necessita di immigrati ricattabili al fine di poterli sfruttare. I medesimi gruppi sostengono inoltre che il termine tecnicamente corretto per identificare i CIE sia campo di concentramento, poiché tali strutture sono luoghi in cui vengono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Secondo l'estrema destra, invece, i CIE sono considerati una spesa inutile per lo Stato, ed essi auspicano un rimpatrio immediato dei migranti.

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